Cammino di Santiago 2011

Il Cammino Francese

INTRODUZIONE AL MIO CAMMINO DI SANTIAGO

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Cammino di Santiago

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Verso la fine della metà del 2011 ho deciso di intraprendere questo viaggio che già da troppo tempo stavo rimandando. L’idea di fare “El Camino de Santiago de Compostela” mi era balzata alla mente già molti anni fa. Non ricordo quale fosse stata la causa scatenante, so solo che mi era da subito sembrata un’esperienza che avrei voluto fare. Non sapevo di cosa si trattasse così mi sono informato leggendo qua e la; qualche articolo o post su internet oppure sfogliando di straforo qualche guida nelle librerie. L’unico scambio di idee con qualcuno che l’avesse già fatto è stato con mio cognato Lorenzo (Spagnolo madrileño) il quale mi ha dato diverse indicazioni tecniche ed un’ottima guida.

Man mano che mi informavo cresceva la voglia di intraprendere questa esperienza, anche parlandone anche con alcuni miei amici. Così un giorno (natale 2007) ricevo in regalo da Mauro (MDS) un bel libro scritto da un sacerdote friulano, Don Belina (pre Antoni Beline). Si intitola “A San Jacum, là che al finìs il mont” (A Santiago, là dove finisce il mondo).

È un libro scritto in friulano e narra dell’esperienza di questo sacerdote che, pur non avendo fatto il cammino a piedi (per problemi di salute) nella sua esperienza di pellegrinaggio “comodo” è riuscito a tirar fuori l’anima di quello che avrebbe dovuto essere il pellegrinaggio a Santiago.

C’è un passo del libro che rende l’idea sia del pellegrinaggio che di quello che effettivamente io come camminante ho vissuto:

Mettendo piede a Santiago, dopo appena un’ora di volo, ho pensato alla fortuna ed alla sfortuna della nostra era. Di arrivare in un lampo fino ai confini del mondo, ma di non avere il tempo materiale e psicologico per prepararsi. E ho capito ancora una volta quello che aveva provato mia nonna Anna andando alla Madonna di Licau ed a Castelmonte (due luoghi Mariani n.d.r.). Diceva che Castelmonte è una baracca rispetto a Licau. Eppure, guardando bene, è vero il contrario. Mi chiedevo “come mai mia nonna, una donna così esperta, si è sbagliata?”.

Non si era sbagliata. Il fatto è che era andata a piedi (a Licau) come ci andavano tutti, a quel tempo. E quando si va a piedi, si è sfiniti, stanchi morti, che non ci si arriva mai, ma quando si arriva, magari in una casetta, sembra di arrivare in un palazzo. E uno sputo di chiesetta diventa un duomo.
È il desiderio, la voglia, lo spasimo, l’impeto di arrivare che ci fa vedere le cose grandi e belle.
A noi manca questo tempo di preparazione, lo spazio ed il distacco fra la quotidianità ed il momento straordinario dell’esperienza religiosa prima di rientrare nel quotidiano.”

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Così il desiderio di partire cresceva ma le possibilità materiale (almeno 20 giorni filati) erano lontane, per motivi di lavoro. Poi a fine luglio 2010, terminata l’università ed anche il mio ennesimo contratto a tempo determinato, mi dico che forse questa è l’occasione buona per partire, per fare finalmente questo cammino. Tuttavia l’idea di voler trovare un lavoro, una stabilità economico-lavorativa e personale e quindi di partire lasciando passare magari buone opportunità mi hanno fatto cambiare idea.

Tuttavia il destino è dietro l’angolo.
Dopo diversi mesi di disoccupazione, verso fine Aprile trovo lavoro… che dura un mese, nonostante le lungimiranti aspettative dell’azienda. Così a fine giugno mi ritrovo nuovamente disoccupato. A distanza di un anno, nello stesso periodo, ritorna la possibilità di fare questo viaggio.

E’ un’occasione che non posso perdere, così decido di partire, anche se ancora un po’ titubante per via del lavoro che non ho ma decido che è il momento di andare.
Avevo bisogno di chiarirmi le idee (anche per via di una relazione sentimentale da poco terminata e nella quale ero rimasto maledettamente coinvolto) ed el camino era lì che mi aspettava.

Penso che scrivere un diario giornaliero dei miei pensieri e di quello che mi accadeva sia stata un’ottima decisione. Nel mio diario non ho scritto tutto, né di quello che mi veniva in mente né sulle persone incontrate.

Quello che ho scritto è, per la maggior parte, frutto di una sintesi della giornata, di quanto l’esperienza di quel preciso giorno aveva segnato la mia anima e lasciato dentro me qualcosa che germogliasse per il futuro (in questa versione “on-line” non troverete tutto quanto scritto nel mio diario).
Per quanto mi riguarda penso che nei primi giorni in cui inizi el camino si è concentrati soprattutto sul proprio corpo e sul suo “ritmo”, se abbiamo abbastanza fiato, se ci fa male qualcosa, se siamo stanchi ecc. E’ come se, in modo naturale, testassimo quanto possiamo sostenere così che, successivamente, la mente non è più concentrata solo sul corpo ma anche sul resto.

Qualunque cosa succeda, tornare indietro è un’opzione da non prendere in considerazione.

Se el camino vuole che tu incontri di nuovo qualcuno, lo incontrerai di nuovo, se non vuole, non lo incontrerai, nemmeno se forzi la mano.

Nota: Ogni tanto in questo mio diario mi riferisco ai Pellegrini come “camminanti” per distinguerli dagli altri, quelli in bicicletta o a cavallo (sono le tre forme di pellegrinaggio conformi ed accettate). Vedrete, poi, verso la fine ulteriori denominazioni come “Turi-peregrinos” (turisti-pellegrini) o “Minimochi” (mini mochilla, ovvero mini zainetti), che riguardano più un aspetto divertente e ludico del viaggio con gli amici incontrati. Si tratta di quei “Pellegrini” facilitati che fanno gli ultimi 100 km assistiti dall’autobus o dal servizio trasporto pellegrini che gli porta lo zaino a destinazione o che gli prenota il posto nell’albergo.

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