GIORNO 14

31 luglio 2011 / Villafranca del Bierzo –> A Faba (24 km)

Beh oggi posso dire che è stata davvero dura. Per la prima volta in tutto il cammino ho affrontato un pezzo davvero difficile, almeno per me. Essendo domenica, anche questa volta mi sono concesso trenta minuti in più di sonno questa mattina e quindi non sono partito insieme alla “carovana” di altra gente, abbandonando anche il mio compagno di viaggio Pablo, partito di buon mattino.

Ho rispettato il programma che mi ero prefissato, ed ho fatto bene a rispettarlo. Sono arrivato all’Albergue Municipal di A Faba (gestito da un’associazione giovanile tedesca) alle 12:30 … l’accoglienza era prevista per le 13:30, quindi avevo un po’di tempo per riposare. È un Albergue molto bello, caratteristico e collocato in una zona molto tranquilla e rilassante. Vicino ha una chiesetta (tipica chiesetta di montagna) molto caratteristica. L’Albergue ha, ovviamente, l’essenziale per il pellegrino, ma è ben tenuto.

A Faba, come tutta la zona qui intorno, mi ricorda molto la Carnia Friulana ed i monti della mia regione. Sono posti molto belli anche se, per me, niente di nuovo. Certo che per un cittadino o per una persona che non vive in zone di montagna tutto questo dev’essere ancora più bello.
Ho pranzato prendendo un panino in un piccolo Bar/Negozio di questo paesino, che secondo la guida conta 37 abitanti… tuttavia essendo la guida del 2008 ritengo che il numero sia da variare, in negativo ovviamente.

El Mundo

Il mondo passa per il Cammino

Questo Bar/Negozio con tutti i suoi quattro clienti e la signora che lo gestisce potrebbe essere tranquillamente spostato in Carnia e non cambierebbe di un virgola. Sia per gli argomenti di cui parlano i clienti, sia per le battute sui pellegrini (ovviamente, e tuttavia fatte in buona fede e spirito goliardico), sia per la merce venduta e per le modalità di vendita.

Penso che posti come questo si assomiglino in tutta Europa. L’unica cosa che sicuramente può cambiare è l’orario di apertura, qui in Spagna è notoriamente tutto spostato più avanti, ma per me va molto bene trovare un negozio ancora aperto alle 14:00.
Dopo la sfaticata odierna c’è scappata anche la pennichella pomeridiana, stranamente perché di solito non la faccio qui nel cammino.
Qui ho trovato anche Josè che è arrivato con altre due ragazze francesi (Chloe e Erica) ed ho scoperto di aver fatto molto bene a fermarmi qui. Josè mi ha raccontato che la terza ragazza francese, a differenza delle altre due, aveva deciso di proseguire per O’ Cebreiro mentre le altre due, fermatesi per riposare un po’, l’avrebbero raggiunta in seguito. Tuttavia Morgane, una volta giunta a O’ Cebreiro, ha trovato tutto occupato, così ha telefonato alle altre due affinchè anche loro non venissero.

Posso solo immaginare la frustrazione uno possa avere che dopo aver fatto 30 km a piedi, di cui 10km in pesante salita, non trova un posto dove dormire (come dopo, Morgane, ha trovato aiuto). Avevo già sentito, nei giorni scorsi, che O’ Cebreiro era rinomata come posto difficile dove trovare posto per alloggiare se si arriva tardi. Infatti questo paesello è un finale di tappa abbastanza comune fra i Pellegrini. Il problema è che non si sa mai quando sia troppo tardi, in questo caso troppo tardi pare fosse già alle 12:30! A volte le voci di corridoio vanno ascoltate.

Non so per quale ragione ma l’Albergo dove alloggio oggi mi ricorda la casa di Malborghetto, usata tante volte dal GGPF per le attività che lì abbiamo svolto come Gruppo Giovanile. Strutturalmente non le assomiglia, ma si respira la stessa aria di ritrovo e vita in comune.

Spesso i luoghi assorbono lo spirito delle persone che ci hanno vissuto, siano esse state esperienze positive o negative.

Qui non si può far altro che leggere e riposare oppure chiacchierare con qualcuno, anche se visto la tappa di domani uno degli argomenti per attaccare bottone non può che essere il Cammino.

Intanto il pomeriggio, dopo il pisolino, l’ho passato andando a fare un giro per il paesello con Josè che mi voleva presentare un suo nuovo “amico”. Si tratta di un altro strano hippie che gestisce insieme alla compagna un Albergue privato, mi pare si chiami “Albergue vegetariano”. Mi ha detto che è davvero un tipo singolare ma che merita essere conosciuto. Mi ha raccontato che gli ha chiesto di dove fosse, e lui gli ha risposto “dall’universo” e Josè: “potresti essere un po’ più preciso?” e lui: “beh si dà il caso che mia madre fosse tedesca e che quindi la mia nascita è capitata in Germania”. Eh eh eh i tipi più strani li trovi nei posti più impensabili, come questo paesino! 🙂

Purtroppo non ho avuto modo di conoscere questo tipo, quando siamo andati all’Albergue stava andando via per non so quale commissione. Tuttavia abbiamo passato un po’ di tempo con Chloe ed Erica con le quali Josè ha fatto un po’ di show.

Ma il vero spettacolo è arrivato la sera, all’ora di cena. Io e Josè avevamo già fatto gli acquisti per la nostra “cena”: io, nel mio massimo sforzo propositivo avevo pensato ad un panino con il tonno e un frutto. Josè, più sagace di me, ad un risotto freddo in scatola, già pronto. Poco prima di cena eravamo fuori, nel giardino del Albergue, seduti vicino alla chiesetta e vediamo arrivare il ragazzo coreano che avevo già incontrato a El Burgo Ranero e poi di sfuggita alcune volte successive. Ne avevo già parlato a Josè di questo ragazzo perché mi aveva colpito, non solo per il fatto che venisse dalla Corea per fare il cammino (provate ad immaginare voi di andare in Corea non-so-dove a fare il cammino di non-so-cosa) ma anche perché viaggiava con un passo molto agevole e con uno zaino decisamente ridotto per un “camminante”.

Tuttavia quel giorno, non so per quale motivo, era arrivato abbastanza tardi, verso le 17:00, si vedeva che aveva camminato molto ma non perdeva il suo brio, la sua compostezza e un sorriso che faceva invidia sapendo la fatica che aveva fatto. Poco dopo questo ragazzo arrivarono un padre con il figlio, erano due scozzesi visti qualche giorno prima, anch’essi di sfuggita. Loro, invece, avevano dipinto sul volto la fatica e lo sforzo.

Dopodiché li abbiamo persi di vista, tutti e tre. Non so cosa sia successo o come si siano accordati, sta di fatto che ci siamo ritrovati con il ragazzo coreano che si era offerto di cucinare la cena anche per i due scozzesi, li aveva invitati a cena. Ora usate un po’ di immaginazione. Io e Josè seduti al tavolo della mensa, in fondo alla sala, e davanti a noi la cucina il ragazzo coreano intento a tagliare, sminuzzare e cuocere una sorta di “pasta wok” con dentro non so cosa.

Io e Josè lo guardavamo stupiti! Mentre io addentavo il mio misero panino al tonno e Josè degustava il suo triste riso freddo in scatola, ci siamo guardati in faccia, poi abbiamo guardato il ragazzo coreano che con una mano muoveva la padella con la pasta, con l’altra ripuliva il tagliere e poi non so come puliva anche la parte di cucina mentre la pasta cuoceva. “È una macchina” ha esclamato Josè, “quello e quelli come lui ci mettono tutti nel sacco…” ho aggiunto io “… e con il sorriso sulle labbra ci legano e, senza che ce ne accorgiamo, ci buttano”.
Non eravamo gli unici a bocca aperta. Il padre ed il ragazzo scozzese lo stavano guardando esterrefatti, non potevano credere ai loro occhi. Io e Josè non avevamo finito la nostra ricchissima cena che il ragazzo coreano aveva già pronta la sua, apparecchiato la tavola, pulito la cucina e servito i due scozzesi!

“El tìo es una maquina …” continuava a ripetere Josè, io, invece, lo osservavo incredulo perché sapevo la fatica che costa la camminata, soprattutto quella odierna e anche quanta fatica costa poi prepararsi la cena, figuriamoci cucinare per tre e tutto il resto!
Così con questo colpo al nostro ego, quasi come fosse una profezia sul futuro prossimo del nostro mondo occidentale, abbiamo terminato la cena e siamo tornati fuori a meditare.

La custode dell’ostello mi ha detto che sarà un po’ dura fino a O’ Cebreiro, con 5 km di ottima salita, ma per fortuna su una strada non accidentata o con pietre come quelle di oggi e che poi ci dovrebbe essere una discesa lunga ma non ripida fino a Triacastela, speriamo bene… soprattutto per le mie ginocchia.

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